La rinascita di Luca

Spaccio, estorsione, agguati. Luca, 63 anni, (il nome è di fantasia) non nasconde i crimini commessi negli anni in cui è stato affiliato alla camorra organizzata di Raffaele Cutolo. Per quasi 50 anni la sua esistenza è stata irrimediabilmente segnata dal male, il sogno di una bella vita e il desiderio di facili guadagni la sirena che ne ha cambiato il destino in giovanissima età. 

A 13 anni, quando i ragazzi si preparano all’esame di terza media e iniziano a progettare il futuro, scegliendo in quale direzione proseguire gli studi, Luca inizia a rubare auto e a commettere i primi furti in appartamento. A 16 impara a sparare prendendo di mira delle bottiglie vuote. In quello stesso anno compie la sua prima rapina in banca, a 17 anni spara per la prima volta, ferendo una persona alle gambe.

A 18 viene arrestato e condotto in carcere. È solo la prima esperienza. Sommando i mesi e gli anni trascorsi nelle diverse carceri in Italia e all’estero arriviamo ad un numero impressionante: 20 anni della vita di Luca si sono consumati dietro le sbarre, senza che niente e nessuno riuscisse a fargli cambiare idea. Neppure gli amati genitori che hanno sofferto tantissimo per le sue scelte. 

«Il carcere è duro» racconta. Più duro e doloroso il fatto che suo padre non sia mai andato a trovarlo: «Non mi ha fatto mancare nulla, ma non è mai venuto. Mamma invece sì». Dopo un attimo di silenzio, aggiunge: «la mamma è sempre la mamma».

Scontata la prima pena nel carcere di Salerno, va via di casa. È il suo modo per non far soffrire la famiglia. Tentativo fallito, perché ancora oggi tutti si portano addosso il dolore di quegli anni e il peso del male che ha pervaso la vita di questo figlio e fratello. Luca intanto consolida i rapporti con il clan camorristico ricevendo il “battesimo come picciotto onorato”. «In quegli anni sono iniziate le guerre tra la famiglia e gli altri clan. Ho iniziato a sparare, a picchiare, a estorcere denaro» racconta.

Mi guarda, poi aggiunge: «Non volevo, ma io ero comandato». Una frase che dà la misura di quanto sia complesso tornare indietro una volta che si è imboccata una strada sbagliata. Ecco perché dal male bisogna tenersi alla larga. «Oggi mi pento» dice e mi mostra i segni di un proiettile sul collo.

La sua vita è una continua corsa tra crimini, condanne e carcere. Vive molti anni in Emilia Romagna dove gestisce, insieme ad altri affiliati, le piazze di spaccio tra Bologna e Reggio Emilia. Anche qui è arrestato, condannato a 9 anni di carcere, ridotti poi a 5. Nel 2013 è di nuovo ricercato, scappa a Barcellona e ci resta 12 anni. È arrestato a Valencia e sconta 3 anni di carcere. La lista dei reati non si ferma, Luca ricorda tutto, ricorda di aver lasciato Barcellona e di aver preso parte ad una sparatoria. Ricorda la pistola che ha usato, l’uomo che ha colpito alla spalla, la condanna, gli anni di carcere scontati. Nessuno riesce a fargli cambiare idea, neppure sua moglie che non ne approva le scelte. 

Il racconto di colpo cambia. «Nel 2020 sono caduto in disgrazia» dice. Si separa dalla moglie, è travolto da una serie di problemi e torna in Italia, nel paesino dell’Agro dove è nato. Ma le porte sono tutte chiuse, anche quelle della famiglia. Ancora oggi non si dà pace, continua a ripetere che ha sempre fatto del bene a tutti, con quei soldi che grondavano di sangue e dolore. Ma lui non lo capiva. 

Un amico lo va a prendere alla stazione, gli porta dei vestiti e soldi, lo ospita per qualche giorno. La sua vita cambia di colpo e l’espressione “sono caduto in disgrazia” assume una connotazione più precisa. Dorme per diversi giorni alla stazione del suo paese natìo. «Mi mettevo una coperta addosso per la vergogna», ricorda. Non vuole essere riconosciuto. Al mattino, quando si sveglia, trova qualche banconota da 5 euro accanto al suo giaciglio. Per un uomo come lui è una vergogna insopportabile.

Decide di cambiare vita. I primi passi di questo lungo cammino cominciano grazie ad un incontro, quello con don Enzo Di Nardi, divenuto in quel periodo direttore della Caritas diocesana. «Da allora la mia vita è cambiata. Il Signore mi ha cambiato. Non andavo in Chiesa da 20 anni. Oggi sono l’uomo più felice del mondo, anche se non ho niente. Sono una pecora del Signore, la mia vita è sua. Ho capito gli errori commessi, il male che ho fatto».

Non posso fare a meno di chiedergli se ne è valsa la pena. Luca mi racconta che la mamma è morta 4 anni fa e al suo funerale ha partecipato in manette. Negli anni ’90 la stessa cosa era capitata per il funerale del papà. 

«A cosa vuole che sia servito?  – dice –. Non ho mai lavorato in vita mia, non so fare nulla, so solo cucinare, ho imparato in carcere».  E aggiunge: «A don Enzo voglio bene come se fosse mio fratello. Io sono un assassino, non ho timore a dirlo. Nella mia vita non ho mai avuto paura di nulla, solo di mio padre e della morte. Ma quando don Enzo mi guarda, io piango». Forse perché attraverso lo sguardo del sacerdote, Luca sente su di sé quello di Dio. Dopo una lunga Confessione ha capito di dover chiudere con la malavita. Anche se il cammino è lungo, perché quel seme di bene posto nel suo cuore deve essere pazientemente innaffiato tutti i giorni.

Cosa vede nel suo futuro quest’uomo che dorme in una struttura diocesana e ritira il pasto presso il Centro Caritas “Oggi devo fermarmi a casa tua”? Un lavoro onesto e una casa. Desidera anche lanciare un appello ai giovani, quelli affascinati come lui dalla sirena della bella vita. «Ai giovani dico: dovete lavorare. Non potete passare gli anni migliori della vostra vita in carcere. Non fatevi abbagliare dai guadagni facili, in carcere senza aiuti si fa la fame. E si perdono gli affetti. Ma la colpa è solo nostra». 

Mi tornano alla mente le parole del Vangelo di Matteo: “Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e vi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuto a trovarmi”. Dinanzi a storie come questa è più facile puntare il dito che mettere in pratica il Vangelo, come sta facendo tutta l’equipe della Caritas diocesana.

L’ultimo pensiero di Luca è per tutti loro, per Antonio Francese, psicologo, che lo sta supportando in questo difficile cammino, per Sofia Russo e Anna Petrosino, impegnate tutte i giorni nella struttura di Santa Croce, a Nocera Inferiore,  e per il caro don Enzo per il quale nutre una gratitudine infinita: «Il mio cuore lo dò a don Enzo, è la persona che amo di più. Lo scriva, per favore».

Ecco Luca, l’ho fatto. Tu intanto continua il tuo cammino di rinascita e resurrezione. E non fermarti, anche quando arriveranno momenti difficili, anche se vecchie sirene dovessero ritornare a bussare alla tua porta. Auguri. 

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